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02/07/2008,21:45

Lettera tratta dal giornale 'La Repubblica' del 14/06/2008.

Insegnare è una passione infinita

Caro Augias,
sono insegnate da una vita. Non posso più sentire lamentele sulla scuola. Insegno in una grande scula superiore senese, organizzatissima e ben diretta. Ho quasi l’età della pensione, ma ci andrò proprio quando non mi vorranno più. Una vostra lettrice lamentava che la scuola italiana è tra le peggiori al mondo e che i professori hanno troppe vacanze, elencandone, peraltro, alcune inesistenti. La verità è che il lavoro di insegnante non ti lascia mai, anche quando sei uscita da scuola dopo le tue ore giornaliere. Pensi a quel rimprovero, a quale brutto voto, a quello sguardo disperato, a quei occhi assenti. Ti chiedi il perché, vivi la tua vita e in parte a quella dei tuoi alunni, ogi giorno. E ti metti al lavoro nel pomeriggio: nuovi esercizi, correzioni, pensieri del tipo: ‘Come posso riuscire a spiegare meglio quell’argomento?’. Beh, le ore che risultano sulla carta sono solo quelle che hai fatto la mattina. Quattro o cinque, non di più. In termini  economici poca roba. Ma la scuola, il lavoro più bello al mondo, non è riducibile a quelle ore passate in aula la mattina.

Wanda Marmoross. "

 

Risposta a Corrado Augias, di Giuliano Corà (con riferimento alla lettera sopra).

Gentile Signor Augias,
                            solo ora che le lezioni sono davvero finite; che ho terminato di riordinare i registri (un vero incubo per un 'creativo' come me, che per tutto l'anno 'appunta' tutto su foglietti e agende); che si sono concluse le riunioni, spesso inutili e noiose, di fine d'anno (e meno male che il mio Dirigente è un tipo svelto, che non ama perdere tempo); solo ora trovo il tempo di scriverLe per commentare la bella lettera della collega Marmoross sulla 'Repubblica' del 14/06. Sì, Lei l'ha ben titolata. Insegnare è proprio 'una passione infinita', che ti riempie la vita, tutta, ogni momento, e nella quale ce la metti tutta, la tua vita, tutti i film che hai visto e i libri che hai letto, anche i più difficili, quelli che mai si penserebbe potessero essere messi alla portata
di un bambino (io insegno alle Elementari), e invece... Nella quale 'ricicli' e rivivi tutte le tue esperienze, anche le più strampalate, e tutte le tue emozioni, le gioie e perfino i dolori. Insegnare non è un lavoro. E', prima di tutto, un divertimento, il più grande che io conosca nella mia vita, ed ogni giorno ringrazio il Fato di avermi condotto su questa strada. E' anche un'emozione, difficilmente spiegabile a chi non l'ha mai provata, quella di certe mattine da cui esci completamente stremato, talmente stanco che fatichi a guidare tornando a casa, ma quand'è suonata la campanella i bambini ti hanno detto: 'Maestro, ma com'è possibile? Già l'una e non ce ne siamo nemmeno accorti, la mattina è volata'. Quella di certe lezioni in cui la sun-patia che si crea tra docente e allievi è talmente intensa da commuovere, quasi, e se per un istante riesci ad astrarti percepisci questa tensione emotiva, questa com-mozione che lega tutti in classe, e ti sembra di aver toccato il cielo con un dito. Sono appena due settimane che ho lasciato i miei bambini, e Le giuro che già mi mancano, e già sto mettendo da parte pensieri, materiali, idee, progetti per settembre, e Le giuro che non vedo l'ora che arrivi. Mi manca la loro intelligenza, la loro curiosità, la loro passione di imparare, la loro soddisfazione nell'aver imparato, l'ironia e l'amicizia che riescono ad esprimere quando capiscono che il loro insegnante non è un superuomo, ma un essere umano ricco di conoscenze e desideroso solo di condividerle. Mi manca la loro umanità, il loro affetto. I bambini ti amano incondizionatamente, solo perché sei tu, solo perché tu ami e rispetti loro. Non ti chiedono nient'altro, e Lei saprà bene che è difficile, nella vita, godere di un amore così. Penso spesso che sarà un bel dramma, per me, la pensione. Non perché non abbia altro da fare nella vita (una biblioteca sterminata, e interessi e curiosità infiniti e sempre insoddisfatti, e scrivere, e tanto altro), ma perché questo livello di scambio umano ed intellettuale con altri esseri umani credo che sia ben difficilmente raggiungibile, fuori dalla scuola. Chi parla male della scuola, semplicemente non sa di che parla. Per me, è la mia vita. Cordialmente.
 
Giuliano Corà.

01/07/2008,08:34

Al signor Berlusconi invece dico che è vero, ha assolutamente ragione che in una situazione del genere lavorare risulta difficilissimo per un Presidente del Consiglio. Questa è una figura che dovrebbe dedicare tutto il suo lavoro al Paese. In un certo senso, il Presidente del Consiglio dei Ministri dovrebbe essere il ‘primo servitore dello Stato’. Ma è anche vero, ripeto, che in qualsiasi democrazia degna di questo nome, se un cittadino viola (ripetutamente) la Costituzione, vale a dire le norme che regolano il Paese, deve pagare. Questi due concetti dovrebbero essere sacrosanti. Ed il Presidente del Consiglio, ‘primo servitore dello Stato’, appunto, dovrebbe essere lui per primo al di sopra di ogni sospetto per quanto riguarda la violazione della legge dello Stato, appunto, al quale dovrebbe prestare servizio. Ora, questo, per fare un’opera di trasparenza, è il ‘curriculum giudiziario’ del signor Silvio Berlusconi, attuale Presidente del Consiglio dei Ministri dello Stato italiano:

Tipo di sentenza Imputazione Procedimento
Sentenze di non doversi procedere Reati estinti per prescrizione con concessione di attenuanti La Corte di Cassazione ha affermato che, riguardo ai casi di sopravvenuta prescrizione del reato dovuta al riconoscimento di circostanze attenuanti, «Quando [...] la causa estintiva consegue non "de plano" ma a seguito di concessione di attenuanti, la sentenza si caratterizza per un previo riconoscimento di colpevolezza ed è fonte di indubbio pregiudizio per l'imputato che, quindi, ha interesse a conoscere congiuntamente le motivazioni della decisione.» (Corte di Cassazione, sezione IV, sentenza n. 5069 del 21 maggio 1996).

Di seguito le sentenze che ricadono in tale categoria:

  • Lodo Mondadori, corruzione giudiziaria (attenuanti generiche, sentenza definitiva)
  • Caso All Iberian 1, 23 miliardi di lire in tangenti a Craxi (attenuanti generiche e nuova legge intervenuta, sentenza definitiva)
  • Caso Lentini, falso in bilancio (attenuanti generiche e nuova legge intervenuta, sentenza definitiva)
Reati estinti per intervenuta amnistia
  • Falsa testimonianza P2
  • Terreni Macherio, imputazione per uno dei due falsi in bilancio
Sentenze di assoluzione
  • Caso All Iberian 2 (falso in bilancio, sentenza di I grado)
  • Sme-Ariosto 1 - imputazione su vendita Iri, corruzione giudiziaria (sentenza di I grado)
  • 4 Tangenti alla guardia di finanza (assolto per non aver commesso il fatto, sentenza definitiva)
  • Medusa cinematografica, falso in bilancio (assolto in quanto per la sua ricchezza potrebbe non essersene accorto, sentenza definitiva)
  • Sme-Ariosto 2, falso in bilancio (stralciato in base alla nuova legge sul falso in bilancio)
  • Sme-Ariosto 1 - corruzione in atti giudiziari per due versamenti a Renato Squillante (assoluzione per non aver commesso il fatto e perché il fatto non sussiste, sentenza definitiva)
  • Terreni Macherio, imputazione per appropriazione indebita, frode fiscale, e uno dei due falsi in bilancio (sentenza definitiva)
Procedimenti archiviati
  • Bilanci Fininvest, falso in bilancio e appropriazione indebita (archiviato a causa della nuova legge sul falso in bilancio)
  • Consolidato Fininvest, falso in bilancio (archiviato in base alla nuova legge sul falso in bilancio varata dal governo Berlusconi)
  • spartizione pubblicitaria Rai-Fininvest
  • traffico di droga
  • tangenti fiscali Pay-tv
  • Stragi 92-93, concorso in strage
  • Concorso esterno in associazione mafiosa assieme a Marcello Dell'Utri, riciclaggio di denaro sporco
Procedimenti in corso
  • Diritti televisivi, falso in bilancio, frode fiscale, appropriazione indebita (indagini in corso)
  • Tangenti a David Mills, corruzione giudiziaria (rinviato a giudizio)
  • Corruzione per aver raccomandato attrici in RAI (richiesto rinvio a giudizio)

Forse non era, non sarebbe, non è il caso che una persona, un cittadino con un curriculum giudiziario come questo possa ricoprire un ruolo politico, oltretutto di primo piano, in un Paese che si dice 'democratico'. Proprio perché il sospetto che il Parlamento italiano faccia passare certe leggi per aiutare il proprio ‘punto di riferimento principe’ (ma non solo lui, non solo) a fuggire ancora una volta dalla giustizia del proprio Paese è forte… Per esempio, tanto per essere chiari, trovate sia un caso che la legge-sicurezza preveda il congelamento dei processi con pene inferiori ai dieci anni che risalgono a prima dell’anno 2002 e l’ultimo processo nel quale è coinvolto il signor Silvio Berlusconi, Presidente dei Consiglio dei Ministri, risale all’anno 2001? Il sospetto è legittimo, credo.
Chiudo questo articolo con una piccola confessione e riflessione personale: a me non piace, ma non piace davvero parlare di queste cose, di giustizia e tanto meno di Berlusconi. Trovo che, come ho detto anche in precedenza, ci dovrebbero essere argomenti ben più importanti di cui discutere ed ai quali si dovrebbero trovare delle soluzioni quanto prima. Ma il fatto che in Italia siamo al punto fermo in cui a dettare l’agenda delle cose da fare siano delle persone così (e, al di là di Di Pietro, metto in mezzo alle ‘persone così’ pure tutta l’opposizione di governo), mi fa pensare che il futuro in questo Paese di belli addormentati sarà francamente un futuro senza reali prospettive di benessere. Se bastasse un semplice schiocco delle dita per far risvegliare le persone…
 

30/06/2008,07:58

Sì, è difficile, soprattutto in questo periodo, vedere un futuro (ma anche un presente) roseo per l’Italia. Le parole per tentare di descrivere la situazione che stiamo vivendo nel nostro Paese si sono sprecate. Ma, come sempre, nulla cambia. Anzi, se possibile lo stato delle cose peggiora di giorno in giorno. Tutto prosegue, tutto va avanti sullo sfondo di questa ‘pace terrificante’, come disse in una delle sue ultime interviste Fabrizio De André.
Ci sarebbero davvero da risolvere migliaia di problemi, alcuni dei quali davvero preoccupanti: mi riferisco per esempio ai problemi ambientali ed al fatto che l’Italia questo famoso trattato di Kyoto continua a non rispettarlo, pur avendolo sottoscritto (gli Stati Uniti, almeno, sono coerenti nella loro pericolosa ed affaristica demenza), come se nulla fosse; mi riferisco per esempio a questo caro-vita che sembra inarrestabile e che sta producendo un numero allarmante e costante di ‘nuovi poveri’; mi riferisco per esempio alla sempre maggior difficoltà che ha in particolare un giovane nel trovare lavoro; mi riferisco per esempio alle condizioni in cui spesso si è costretti a lavorare; mi riferisco per esempio alle problematiche oramai evidenti che sono strettamente collegate al concetto di ‘globalizzazione’ (e non, giusto ricordarlo, a quel fantasma che salta fuori di tanto in tanto chiamato ‘comunismo’); mi riferisco per esempio al fatto che urge trovare alternative al petrolio (il cui prezzo sale semplicemente certamente per le speculazioni, ma soprattutto perché si sta esaurendo, inutile cercare altre risposte), e qui mi riferisco innanzitutto ad un cambiamento dello stile di vita (consiglio ancora una volta la lettura del libro di Maurizio Pallante 'La decrescita felice'); mi riferisco insomma a tutte le tematiche che in un Paese ‘normale’ (questo credo sia il termine più inflazionato che ci sia in questo periodo, e questo per il semplice motivo che spesso chi lo usa non si rende nemmeno conto del perché e del come) dovrebbero essere all’ordine del giorno.
Queste ed altre importantissime, fondamentali questioni dovrebbero essere discusse o ridiscusse ora con un’urgenza pressoché assoluta, perché è in gioco il nostro futuro, il futuro dell’umanità stessa.
Ma in Italia cosa sta succedendo? Di cosa si parla? Quali sono le questioni per le quali si sta battendo il governo? Della legge-sicurezza. Va beh. Ma cosa prevede questa legge sulla ‘sicurezza’? In che cosa consiste? Bene, lo racconterò con le parole del magistrato Giancarlo Caselli: La sospensione dei processi è il risultato di un emendamento introdotto nel decreto ‘Legge-Sicurezza’. Con esso si congelano i processi che prevedono meno di dieci anni di detenzione e che sono precedenti all’anno 2002. Ma ecco quindi i processi che verranno sospesi: sequestri di persona, estorsione, rapina, furti in appartamento, scippi, associazione a delinquere, stupro e violenza sessuale, aborto clandestino, bancarotta fraudolenta, sfruttamento della prostituzione, frodi fiscali, usura, falsificazione di documenti pubblici, corruzione, rivelazione del segreto d’ufficio, reati informatici, vendita di prodotti con marchi contraffatti, detenzione di materiale pedo-pornografico, porto e detenzione di armi anche clandestino, omicidio colposo con violazione delle norme sulla circolazione stradale, calunnia, truffa comunitaria, incendio, traffico di rifiuti, adulterazione di sostanze alimentari . Ecco, questa sarebbe la nuova legge-sicurezza. Sì, lo so cosa state pensando in questo momento: se non fosse la realtà, ci si potrebbe mettere a ridere a crepapelle. Ma è la realtà. E non è finita qui. Infatti, oltre a tutto questo, è passato in Parlamento qualche giorno fa il suddetto ‘Lodo-Alfano’ (o ‘Lodo-Schifani’, che dir si voglia), che prevede l’impunità per le prime quattro cariche dello Stato, almeno finché queste resteranno in carica.
Ricordo le parole, tra gli altri, di Casini, leader dell’Udc, il quale ha detto che non trova scandalosa questa legge, ma trova scandaloso, appunto, il fatto che invece di discutere dei problemi veri e davvero prioritari del Paese, si discuta e si lavori principalmente su questo.
Ricordo le parole, tra gli altri, di Silvio Berlusconi, che durante un congresso della Confesercenti, al quale era stato invitato, prima si è arruffianato per bene i relatori (“Lo giuro, in tutta la mia vita politica non ho mai sentito un discorso bello come il vostro”) e poi ha detto che purtroppo, per colpa di una magistratura evidentemente politicizzata, è costretto a passare ogni sabato assieme ai suoi legali perché è deve continuamente difendersi da processi. E questo gli impedisce di poter svolgere il proprio lavoro di Presidente del Consiglio dei Ministri con serenità e completa applicazione. A questo punto anche tra i banchi di quelli della Confesercenti più di qualche fischio è volato.
Bene, ai due personaggi sopra citati vorrei dare molto umilmente delle risposte. Risposte di un comune cittadino al quale loro, che hanno un ruolo istituzionale, dovrebbero dal conto prima o poi.
Al signor Casini dico che sono d’accordo con lui quando dice che è scandaloso che, con tutti i problemi che abbiamo in Italia, la maggioranza si occupi di queste cose. Non mi trova affatto d’accordo invece quando afferma che tutto sommato non è di per sé scandaloso che si faccia questa legge che di fatto impedisce alle prime quattro cariche dello Stato di essere processate. Non sono d’accordo perché, al contrario della Francia per esempio, qui siamo in Italia, e qualsiasi storico degno di questo nome non può non dire che la storia stessa del nostro Paese è contrassegnata da crimini ai quali spesso proprio i nostri politici più importanti erano (e forse sono) direttamente o indirettamente coinvolti. Oltretutto, sempre in Francia, una persona che possiede dei canali televisivi non può in nessun modo entrare in politica, perché ‘sarebbe un potenziale pericolo per la democrazia stessa’. Questo si chiama ‘conflitto d’interessi’. Ma non sono d’accordo soprattutto perché la nostra Costituzione (ma soprattutto la mia coscienza) dice che 'la legge è', almeno in linea di principio, ‘uguale per tutti’ (articolo 3). Punto e basta. Se tu violi questa regola, tu violi la Costituzione. E la cosa, sempre in linea di principio, non si può semplicemente fare. Pena una punizione proporzionata al danno. È così che funziona in tutti i Paesi suddetti democratici.

(Continua...).

28/06/2008,08:10

Un veloce ripasso per i distratti. Circa un anno fa, don Sante Sguotti, Parroco di Monterosso (PD), scoprì quant’è bella la gnocca, e andò a convivere con la donna che amava e dalla quale aveva avuto un figlio. Cosa pregevole, per molti punti: perché la gnocca è bella davvero; perché almeno lui non è andato ad ingrossare la legione di suoi confratelli che, invece, insidiano i corpi e le menti di adolescenti e bambini; e perché, comunque, Cristo non si è mai sognato di chiedere ai suoi adepti un’assurdità così colossale come l’astinenza sessuale (nei Vangeli non se ne parla, come non si parla di tutte le balle che, nei secoli successivi, preti affamati di potere o al potere asserviti vi hanno costruito sopra. Conviene sempre ricordare che il celibato ecclesiastico è un semplice Canone ecclesiastico, promulgato dal Concilio Laterano II nel 1139, ma rimasto praticamente inosservato fino alla Controriforma). Attorno alla sua vicenda Don Sguotti scatenò un notevole casino mediatico. Figlio dei tempi anche lui, e perciò evidentemente anche lui cresciuto a pane e 'C’è posta per te', per alcuni mesi il baldo prete assurse agli onori della stampa: radio, TV, quotidiani, senza contare assemblee pubbliche, manifestazioni di piazza e, appunto, piazzate varie. Cosa molto meno pregevole: perché non è di buon gusto, mai, fare mercato delle proprie scelte intime; perché comunque non è una novità; ed anche perché, in ogni caso, delle scelte sessuali di Don Sguotti, francamente, non ce ne frega niente. Per quel che ci riguarda, avrebbe anche potuto andare con le galline, purché queste fossero state adulte e consenzienti. Tra i giornalisti che seguirono il caso – e qui arriviamo all’oggi – vi fu anche Gianni Biasetto, inviato del 'Mattino' di Padova, 'cattolico praticante', come lui stesso dice di sé: ma giornalista, perbacco, e che dunque fece doverosamente ed onestamente il suo mestiere, dando conto in vari servizi della vicenda. Spentisi i riflettori sulla storia, Biasetto ha naturalmente continuato a fare il suo mestiere ed a vivere liberamente la sua fede, immemore però, evidentemente, del vecchio adagio che dice: “Scherza coi fanti e lascia stare i Santi”. Se infatti gli amori di Don Sguotti erano probabilmente per lui un dimenticato episodio del suo passato professionale, così non è stato per la Curia padovana, la quale se li era attaccati all’orecchio i servizi di quell’anonimo ma onesto giornalista. Così, quando domenica 22 giugno Gianni Biasetto si è recato nella Chiesa di Monterosso per assistere alla messa, è stato prima identificato pubblicamente dall’Arcivescovo di Padova, Antonio Mattiazzo, il quale poi lo ha preso per un braccio e lo ha accompagnato fuori dalla Chiesa stessa al suono di: “Tu (‘Tu’? Come si permette?! N.d.R.) non puoi stare qui, qui comando io, e adesso esci!”. La storia potrebbe finire qui, ma lasciateci concludere con un paio di considerazioni. Primo. Mattiazzo è di Padova, la città dove insegnò quel maledetto eretico di Galileo Galilei, ed evidentemente all’Arcivescovo brucia ancora – è proprio la parola – di non poter accendere sotto il culo di Biasetto quel rogo che venne minacciosamente promesso al Pisano che si era permesso di pensarla diversamente dalla Chiesa. Secondo. Ci piacerebbe tanto, ma tanto, vedere se Mattiazzo, eroico defensor fidei, sarebbe altrettanto eroico ed intransigente se una mattina si presentasse in Chiesa, per esempio, il Sig. Berlusconi Silvio, divorziato, risposato con prole (e perciò, secondo la terminologia ecclesiastica ancora in uso negli anni Cinquanta, 'pubblico concubino'), pluriinquisito, e dunque, per tutte queste cose, esempio davvero dubbio di moralità cattolica. Ci permettiamo di dubitarne, Eminenza. E’ sotto gli occhi, e le telecamere, di tutti, l’idillio tra il suddetto Berlusconi e il suo capo, il Sig. Ratzinger, idillio che porterà al primo il sostegno politico incondizionato della gerarchia ecclesiastica, al secondo fiumi di denaro e di privilegi. Per la serie: nulla è più elastico della coscienza di un cattolico, vero Eminenza?

Giuliano Corà.
 

 

26/06/2008,08:03



Un noir. Oh sì: un noir. Ma di quelli che sanno fare solo in Francia, di quelli 'noir' veramente, neri dappertutto, nel cuore, nella vita, nell’animo (è nera, notatelo, anche la macchina del protagonista, l’unica di questo colore nel film), di quelli dove muoiono tutti, o perché sono troppo cattivi, o troppo marci, o troppo buoni per stare in questo mondo cattivo e marcio. Di quelli dove lo sai che morirà anche l’unico davvero buono, e spasmodicamente fai il tifo per lui, cerchi quasi di tendergli una mano attraverso lo schermo perché si salvi, ma tanto sai che è inutile, e puoi solo star lì a contemplare la rovina di una vita. Dopo il bellissimo e perfetto '36 Quai des Orfèvres' (Italia/Francia, 2004), Marchal ci regala ora questo film turgido, forse eccessivo, ma per accumulo ‘insopportabile’ di emozioni e di dolore. Daniel Auteuil – ormai al di là di qualsiasi elogio possibile – è Louis Kovalski, un poliziotto che si sta uccidendo lentamente con l’alcol dopo l’incidente d’auto in cui ha perso la figlia e la moglie, ridotta ad un vegetale in una clinica. Ma la sua intelligenza, il suo acume investigativo non si sono ancora spenti, e nonostante il disprezzo che lo circonda riesce ad individuare la soluzione di una serie di orribili delitti che stanno insanguinando Marsiglia, e a suggerirla ai colleghi. Ma non si tratta solo di virtù da sbirro: a spingerlo è anche un profondo rispetto per la vita, l’incapacità di credere, nonostante tutto quello che ha visto, “che un uomo possa commettere tante malvagità”. Gli stessi sentimenti che, vent’anni prima, lo hanno portato a catturare Subra, assassino e stupratore, autore di delitti molto simili a quelli attuali. Subra sta per uscire per buona condotta, e Louis vorrebbe fermarlo di nuovo: Justine, la figlia dei coniugi assassinati da Subra, che da allora ha cancellato la propria vita in nome di quella spezzata dei genitori, va a cercarlo e gli chiede aiuto, terrorizzata per questo che sta per accadere. Vorrebbe fermare anche questo nuovo assassino (“Il nostro mestiere è di arrestare questi delinquenti e di far cessare delitti orribili come questi”), ma si accorgerà che non è così semplice: sporchi segreti e inconfessabili complicità gli si frappongono davanti come ostacoli insormontabili. E Louis capisce che c’è un solo modo per risolvere tutto, e un solo prezzo da pagare: e forse, alla fine, quel prezzo non sarà stato pagato invano. Avvolto da una fotografia metallica e fredda, che spegne le sfumature lasciando che a risaltare su tutto siano i sentimenti estremi dei personaggi, 'L'Ultima Missione' è un film che conquista anche grazie agli ottimi coprotagonisti. Bravissima Olivia Bonamy, una Justine fragile e sofferente, magnifica Catherine Marchal (Marie), collega di Louis, che ha permesso che l’ignavia e la viltà le spegnessero il cuore. E dopo tanti elogi, lasciatemi concludere con una piccola malignità personale. Se 'Caos calmo' (che mi guarderò bene dall'andare a vedere, sia chiaro!), con Nanni Moretti, sembra sia stato sponsorizzato da una marca di automobili tedesche, ed anche molto sfacciatamente, qui a finanziare il film – sia pur, bisogna onestamente riconoscerlo, con molta maggior discrezione – è evidentemente un marchio americano. Guardate il film e provate a indovinare qual è: comincia per 'C' e finisce per 'R'

Giuliano Corà.

23/06/2008,08:14

Avete mai sentito parlare del progetto riguardante la costruzione della tangenziale 'Affi-Pai'? Qui, nella zona Baldo-Garda se ne sente parlare da almeno vent'anni: il progetto consisterebbe nel far passare una lingua d’asfalto a pagamento (e neanche poco, perché se le voci parlano di 3 euro a passaggio) che collegasse appunto il paese di Affi con quello di Pai proprio sul lago di Garda. Per fare ciò lo stradone sarebbe dovuto passare proprio attraverso i campi dei paesi di Costermano, Castion ed Albisano, tagliando di netto persino i monti adiacenti; anche per chi non è mai stato in questi luoghi credo sia facile immaginare il devasto ambientale che tutto ciò provocherebbe (provate ad immaginare, che ne so… mezza 'Milano-Venezia' appesa ad una montagna con tanti cavi d’acciaio).
In questi ultimi anni pareva che i lavori dovessero iniziare a breve, e quindi popolazione e comuni punti proprio sul vivo sono insorti istituendo un comitato ed organizzando una massiccia raccolta di firme; inoltre i rappresentanti dei comuni coinvolti si sono uniti per 'manganellare' il serpente di cemento.
Sono convinto che sia stato l’intervento di questi ultimi a rimandare, per il momento, lo scempio. La raccolte firme, per quanto numerose esse siano, sono, io credo, poco efficaci, purtroppo, se non c’è un’autorità minimamente importante che si muove.
Comunque, per ora, il 'nemico' è stato ricacciato; ed i vincitori hanno anche festeggiato con tanto di banchetto assieme a tutti coloro che hanno aderito al 'movimento'; io personalmente sono certamente contento che per il momento abbiamo vinto; ma dico “abbiamo” per praticità, perché non la sento come una vittoria mia, cioè come una conquista di un comune cittadino, proprio perché senza la scesa in campo dei 'pezzi grossi', con le nostre vocine dubito che avremmo potuto fare qualcosa.
La scesa sul piede di guerra dei comuni era logica, naturale, quasi scontata, perché dalla strada non ci avrebbero guadagnato niente: i lavori sarebbero stati svolti da un ditta privata a cui sarebbero andati poi gli incassi. In particolare, molto redditizio sarebbe stato il tratto che da Affi va a Peschiera. Certo, questo tratto esiste già, ma sarebbe stato assorbito da questa nuova strada, in cui passano moltissimi TIR provenienti dal Brennero.
Quindi, in definitiva, la definirei una vittoria delle iene sugli sciacalli, perché col passaggio della strada molti dei terreni EDIFICABILI avrebbero perso notevolmente valore, anche se al ballo della vittoria elogiavano il loro amatissimo verde salvato. Staremo a vedere...

Per chi volesse saperne di più c’è il sito: www.noaffipai.it                                      

Alberto Castelletti.

 

21/06/2008,08:51

Pubblichiamo oggi questo appello di Marco Travaglio (I filmato, II filmato), risalente al 16 giugno 2008, nel quale il giornalista spiega come reagirà alla probabile ed imminente legge sulle intercettazioni.

" Annuncio fin d’ora che continuerò a informare i lettori senza tacere nulla di quel che so. Continuerò a pubblicare, anche testualmente, per riassunto, nel contenuto o come mi gira, atti d’indagine e intercettazioni che riuscirò a procurarmi, come ritengo giusto e doveroso al servizio dei cittadini. Farò disobbedienza civile a questa legge illiberale e liberticida. A costo di finire in galera, di pagare multe, di essere licenziato.

Al primo processo che subirò, chiederò al giudice di eccepire dinanzi alla Consulta e alla Corte europea la illegittimità della nuova legge rispetto all’articolo 21 della Costituzione e all’articolo 10 della Convenzione europea sui diritti dell’uomo e le libertà fondamentali (“Ogni persona ha diritto alla libertà d’espressione. Tale diritto include la libertà d’opinione e la libertà di ricevere o di comunicare informazioni o idee senza che vi possa essere ingerenza da parte delle autorità pubbliche…”, con possibili restrizioni solo in caso di notizie“riservate” o dannose per la sicurezza e la reputazione).

Mi auguro che altri colleghi si autodenuncino preventivamente insieme a me
e che la Federazione della Stampa, l’Unione Cronisti, l’associazione Articolo21, oltre ai lettori, ci sostengano in questa battaglia di libertà. Disobbedienti per informare. Arrestateci tutti.

Marco Travaglio.       


Per aderire lasciate un vostro messaggio all'interno dei commenti di questo post o inviate una mail a: arrestatecitutti@gmail.com e ricordatevi di dare il consenso a pubblicare il vostro nome nell'elenco delle adesioni. "

 

20/06/2008,08:28

Immenso ed immedicabile è il dolore per la scomparsa di Mario Rigoni Stern, non 'scrittore', ma Maestro, Padre spirituale, Sciamano. Quattro giorni fa la sua anima ha compiuto il suo ultimo volo, ha raggiunto il Genio delle vette. Aleggia immortale sui campi di neve, sulle cime degli abeti, sulle pietraie deserte. Potremo percepirla ogni volta che cercheremo di comprendere l'assoluta e mistica bellezza delle montagne e degli alberi. Ci ha lasciato il Maestro, il Padre semplice ed umile, l’uomo degli alveari, dei cani e degli alberi, il cacciatore, l’aedo degli umili. È un dolore ingiusto e intollerabile. Sarà mai possibile consolarsene? Tratteniamolo nel cuore e nella mente. Chi crede, lo ritroverà un giorno, sorridente, assiso sulle cime; chi non crede, vorrebbe credere, per avere anch’egli questo dono. Raccontiamo di lui agli uomini.

Io, umilmente, voglio ricordarlo un'ultima volta riproponendo un articolo che scrissi qualche tempo fa su di lui, intitolato 'Mario Rigoni Stern, scrittore, Maestro, Sciamano' e pubblicato il 9 aprile 2004 sul settimanale vicentino 'VicenzaABC'.
Addio, Mario, ti piango e ti saluto. Ora finalmente posso darti del tu?

Giuliano Corà.

"  Mario Rigoni Stern, scrittore, Maestro e Sciamano

In fondo, ho sempre avuto l’impressione che  Mario Rigoni Stern – non ho il coraggio di chiamarlo per nome: del resto, ai suoi tempi, al padre si dava del voi – ho sempre avuto l’impressione, dicevo, che Rigoni Stern non abbia mai goduto, in Italia, di eccessiva stima letteraria, e che sia sempre stato considerato uno scrittore ‘minore’, vorrei dire regionale, se non addirittura di genere. Nella migliore delle ipotesi, un vecchio alpino, che con un bicchiere in mano racconta ai nipotini, commosso ma nel fondo fiero, le sue imprese guerresche. Nella peggiore, una specie di vecchio nonno, che narra – ai soliti nipotini – di cosa mangiano i caprioli, o di dove va a nascondersi ‘il’ lepre (ma come parlano strano questi montanari). Sì, insomma, un brav’uomo, senz’altro, e rispettabilissimo, ma dopo che l’abbiamo ascoltato possiamo stringergli la mano, e tornare, con sulle labbra un sorriso di sufficienza, alle cose davvero importanti della vita. È spiegabilissimo, anzi è consequenziale e ‘giusto’, un simile atteggiamento, nell’ambiente letterario italiano, dove, salvo rarissime e fulgide eccezioni – Primo Levi, Elsa Morante, Dino Buzzati, Natalia Ginzburg – i ‘letterati’, gli ‘intellettuali’, sono piccoli buddha autoreferenziali, che passano il tempo a contemplarsi l’ombelico, a riflettere sulla propria grandezza, sull’eccezionalità del proprio ‘messaggio’, sull’assoluta originalità della propria ‘sperimentazione’ letteraria, pronti a reagire rabbiosamente e istericamente contro chiunque mostri di non averli compresi e adorati (ogni allusione ad Alessandro Baricco è del tutto voluta), infoiati di successo, di prime pagine, di visibilità, di potere. A riprova di questa mia teoria si veda qual è stato il comportamento degli intellettuali contemporanei riguardo alle segnalazioni per il Nobel della Letteratura. Nel 1997 si è voluto assegnare il premio a Dario Fo, che sarà anche un ottimo attore, ma i cui testi sono poco più che canovacci, estremamente legati alla contingenza sociale e politica del nostro Paese, e di valore letterario scarsissimo se non inesistente. Altri c’erano in Italia, che per sensibilità e valore morale avrebbero meritato la sponsorizzazione: P. Levi, per esempio, o N. Ginzburg. Levi se ne andò tragicamente nel 1987; Ginzburg ci lasciò discretamente nel 1991. Ci rimaneva Mario Rigoni Stern, forse il più grande scrittore italiano del Novecento, cantore della dignità umana e del dolore dell’Uomo sotto la barbarie della guerra, Sciamano che parla con gli animali e gli alberi, Maestro di vita e di valori naturali ed ancestrali. Ma lui ha un difetto, appunto, imperdonabile per la nostra cultura: quello di essere ‘invisibile’, modesto, alieno da piazze e studi TV, legato alla terra, alla meditazione silenziosa e discreta. Non si è mai fatto vedere, Rigoni Stern, e dunque non è stato visto. Ma il tempo passa. Qualcuno ha riflettuto, forse si è reso conto dell’immane stupidaggine commessa ed ha avuto un’idea per rimediare: nominarlo senatore a vita. Senza pensare che proprio in Veneto si dice: ‘Pezo el tacòn del buso’. L’idea ha raccolto consensi bipartisan: dal Governatore Galan, che con la cultura di Rigoni Stern decisamente non ha molto a che spartire, e dalla CGIL, che, con retorica patriottarda – che testimonia anch’essa scarsissima confidenza coi suoi valori – lo ha definito “il più illustre e speciale alpino d’Italia”. Nessuno, invece, ha avuto il coraggio di dire che, lungi dall’essere un riconoscimento, questa proposta rappresenta, nei suoi confronti, una presa in giro, se non addirittura un insulto. Non si è avuto il coraggio, o la capacità, di riconoscerne il valore ed i meriti? Data la povertà ideale della nostra società, ciò per lui costituisce un titolo di merito. Ma ora, che lo si lasci in pace, e lo si rispetti. Non è un bambino, dal quale si cerchi di farsi ‘perdonare’ un torto con una caramella. E’ un Grande Vecchio, è un Maestro, è Mario Rigoni Stern. Amiamolo leggendo i suoi libri, parlando di lui a chi non lo conosce; portiamo i nostri figli sull’Altopiano e da lontano, ma senza disturbarlo, indichiamo la sua casa, e diciamo: ‘Ecco, vedi, lì abita quel signore che parla con gli urogalli, che in Russia ha conosciuto gelo e sofferenze, che coltiva gli alberi nel suo arboreto’. Non esibiamolo – per acquietare la nostra cattiva coscienza – sotto quelle luci che non ha mai cercato. Onoriamolo con la nostra ammirazione e la nostra devozione, e rallegriamoci di esser vissuti nel suo stesso tempo e di avere avuto il bene di conoscerlo. Certamente, lui non ci chiederà mai di più. Come poteva, invece, quella gente, capire Rigoni Stern? Come poteva capire uno che, dopo la guerra, la ritirata di Russia, e la prigionia, dopo aver conosciuto morte, freddo e fame, dopo tutto questo, torna a casa, in silenzio, quasi temendo di disturbare, quasi paventando un qualche festeggiamento per il ritorno del reduce, e si mette a fare l’impiegato comunale? L’impiegato comunale: non è un lavoro da protagonisti, e neppure da eroi. È un lavoro ‘quotidiano’, semplice: tutti i giorni dalle otto alle quattordici, scrivere, fare i conti giusti, tenere in ordine le carte, tener pulita la scrivania, rispondere – umanamente, senza arroganza – ai bisogni della gente, tornare a casa con la coscienza del lavoro compiuto onestamente. “La consigne c’est la consigne” avrebbe commentato un altro grande poeta degli uomini, Saint-Exupéry. Poi, a casa – la sua casa, la casa in mezzo agli alberi, la casa con i figli e i pochi amici, con gli alveari, col cane, con gli uccelli che passano e il bariletto dei crauti, la casa che vibra di altri suoni e odori che non quelli delle nostre vite di déracinés – il momento del silenzio, del ricordo. Sui suoi quaderni, pian piano, tornava tutto. La giovinezza, la guerra, il freddo, i compagni morti, il ritorno. Ma non solo. Tornavano anche – dalla sua esistenza e da quelle di coloro che l’avevano preceduto – le storie di caccia, di animali, di boschi. Tutto ritornava, lentamente, e l’impiegato, il cacciatore di urogalli, l’ex soldato, stava lì seduto e dava voce a tutti, uno alla volta. Da quel suo ‘esistere’ e riflettere, sono nati i suoi libri, umilmente e ‘naturalmente’. Così nacquero i primi, e così ha continuato a ‘partorirli’, e se pur, ad un certo punto, si è trovato investito di una certa celebrità, si ha sempre avuto l’impressione che il suo editore dovesse quasi strappargli ogni tanto un suo nuovo fascicolo di pagine, quasi che lui se ne schermisse, e poi arrivavano a noi, ed era ogni volta una nuova epifania. Così è stato fino alle sue ultime righe di poco tempo fa, a quella 'Ultima partita a carte', ultimo cristallo trasparente.
Queste mie righe – e spero, anche quelle di altri migliori di me – siano dunque per tributargli onore e rispetto, ed intimissimo affetto.

Gli umili

Aedo degli umili, degli ultimi, dei poveri, degli sconfitti, Rigoni Stern conosce quale sia il gusto del sale della terra, e chi con quel sale la renda fertile e viva. I protagonisti delle sue storie sono sempre contadini, montanari, povera gente. Questo non per una scelta ‘politica’, o per meglio dire ideologica; nemmeno per la povera ragione – ché questo sì lo ridurrebbe ad uno scrittore ‘paesano’ – che si tratta della gente in mezzo a cui ha sempre vissuto. No. Rigoni Stern ha raccontato gli umili perché sa che sono essi a costruire il mondo, che loro sono le fatiche, loro i sudori, loro, quando occorre, il sangue. Loro è anche la dignità. I poveri di Rigoni Stern paiono non ribellarsi mai: vanno in guerra, oppure faticano, mangiano il formaggio con la crosta perché hanno fame, patiscono il freddo, muoiono. Ma quella non è viltà, né rassegnazione. È, appunto dignità, quella di chi trova la propria dignità di uomo nel seguire il proprio ‘destino’ (ancora la ‘consigne’ saintexuperiana, che diventa divisa esistenziale) – pur avvertendone benissimo la durezza, e conoscendone le ineguaglianze – e preferisce lasciare agli altri, ai ‘potenti’, agli individui eccezionali, i beaux gestes, i discorsi altisonanti, la ‘gloria’ e, se del caso, la fuga ignominiosa e la vergogna. Sconfitti, dunque, solo apparentemente; in realtà, vincitori, operatori nel mondo di giustizia e di bene, inteso come rigore morale, umanità. Un mondo umano e narrativo, dunque, quello di Rigoni Stern, che lungi dall’essere angusto, limitato, particolare, diventa profondamente, imprescindibilmente universale. Gli esseri umani di Rigoni Stern sono ciò che sono già stati, in passato, in culture e società certo più povere ma più essenziali della nostra; sono ciò che dovrebbero essere oggi, se avessero orecchie per udire ed occhi per vedere; sono ciò che dovranno essere, se vorranno salvarsi dalla perdizione.

La guerra

Anche il suo approccio alla guerra, la sua posizione ‘antibellicista’, è assolutamente particolare, verrebbe quasi da dire ‘indiretta’. Mai, nei suoi libri, si troveranno proclami, concioni, roboanti discorsi contro la guerra. Mai egli si impanca a tribuno: ‘non fa per lui’, come direbbe Chaplin. Rigoni Stern non attacca mai direttamente la guerra. Eppure, quant’è profondo ed assoluto il rifiuto che ce ne insegna. Lui guarda alla guerra, ancora una volta, dal basso, dal punto di vista dei minimi. Essi la fanno, a volte, la guerra, perché ce li mandano, perché ce li trascinano – i poveri, da sempre ‘carne da cannone’ – ma la considerano anche, la giudicano, e la condannano, senza appello, senza giustificazioni, senza remore. Vedono sfilare davanti a sé questa macchina violenta e distruttrice, che tritura case, campi e vite, che polverizza in un istante anni e secoli di lavoro umano, che annulla vite, ed ognuna è unica ed insostituibile (nell’ 'Uomo del treno', il capolavoro di Patrice Leconte, uno dei protagonisti dice: ‘Più invecchiamo e più diventiamo preziosi’). Vedono davanti a sé le azioni di questo Moloch, e vedono che, oltre che barbare, esse sono stupide, perché a nessun’altra logica obbediscono se non a quella del potere e della sopraffazione, ovverosia ad una logica ‘biologicamente’ contraria a quella del genere umano, che è quella della solidarietà. Il ‘pacifismo’ e l’antifascismo di Rigoni Stern sono, appunto, ‘biologici’, naturali. Nascono dalle cose, dall’essenza delle cose, sono così perché così dev’essere, e non potrebbe essere altrimenti. È quasi un sillogismo: la guerra ed il fascismo sono antiumani, io sono un essere umano, io sono contro la guerra e contro il fascismo. Anche quando militò – sempre con estrema discrezione – in partiti politici della sinistra, anche quando girava le scuole italiane per tenere discorsi agli studenti, il suo pacifismo non è mai stato ‘politico’, non nel senso settario del termine. La sua voce ha sempre detto no alla guerra perché distrugge le case, perché uccide gli esseri umani, perché nega la solidarietà ed insegna l’odio, perché non è ‘umana’. Quanto più una verità è elementare, tanto più è assoluta.

La prosa

Forse ciò che meno è stato apprezzato di Rigoni Stern è proprio la sua prosa, che molti avranno trovato ‘povera’. E così è, in effetti. Rigoni Stern non conosce prosa lirica, voli pindarici, metafore ardite, raffinatezze stilistiche, esercizi retorici: lui conosce la vita. E la vita, per essere raccontata, non ha bisogno di orpelli: basta lasciare che scorra, eventualmente, ogni tanto, fermandosi a liberare la corrente dalla mille impurità di cui noi stessi l’abbiamo ingombrata. Così lui ha fatto. Rigoni Stern scrive per sottrazione, filtrando e setacciando continuamente la sua prosa, privandola di tutto: intrusioni personali, commenti, giudizi, allusioni. Tutto cade dalla penna, tutto il superfluo se ne va. Rimane l’essenziale: la vita, le cose, gli accadimenti. Vi sono testi di Rigoni Stern semplicemente incredibili ('Uomini, boschi e api', per esempio, o 'Arboreto salvatico'), dove la distillazione è stata portata al massimo grado, e dove la pagina vibra, e balugina di colori e luci. Non è più letteratura, è la musica interna delle cose. Questa è la sua ‘povertà’, una povertà adamantina che riesce a pochissimi, solo a coloro che sanno vedere e intendere l’armonia dell’Universo.
C’è poi un’altra sua caratteristica che merita di essere annotata. Il suo è un narrare di tipo aedico. Rigoni Stern non ‘inventa’ storie perché vengano pubblicate sui libri, perché si dica che sono belle o brutte, non ha fini ‘letterari’. Lui è il genius populi. Da che la prima parola scorre sulla pagina, subito la narrazione si alza a livelli vertiginosi. Non sono storie, racconti: sono l’epos, sono vicende universali, che rombano nel tempo, e parlano un linguaggio essenziale. Aedo dei poveri, cantore dei valori fondamentali dell’uomo, Rigoni Stern con la sua opera ha composto un unico poema indiviso.

La natura e la caccia

Il senso della Natura di Rigoni Stern è profondamente religioso. Vi è, nelle sue opere, una Religione della Natura che non è cristiana. È – questa sì – figlia della sua terra, delle sue genti, dei Cimbri che l’hanno preceduto e da cui discende, pagana nel senso che si accomuna a quella religiosità naturale praticata da tutti i popoli europei prima della cristianizzazione. La Natura in Rigoni Stern è prima di tutto divina nella sua Bellezza, e negli innumerevoli modi in cui la manifesta; è nutrice, poiché fornisce, a chi sa cercare ed ascoltare, cibo e riparo; è maestra, poiché insegna a sopravvivere, a superare le difficoltà, a comparare e adattare i suoi ritmi ai nostri; è spettacolo di armonia e di misura. Non è mai nemica. E anche quando può parere che lo sia, anche quando il gelo uccide i compagni, allora è perché noi ne abbiamo violato il regno e le regole. Altrimenti, spira in tutte le sue pagine un profondo misticismo dell’albero, del bosco e dell’animale, una religiosità panica che accomuna esseri umani, insetti, erbe, neve e vento, raccontando quell’unità perfetta e primigenia che abbiamo infranto e che siamo incapaci di ricostruire.
Così, il suo rapporto con la caccia è sciamanico. La caccia per Rigoni Stern non è quella stupida falcidie indiscriminata che è oggi, sterminatrice di ogni forma di vita selvatica e trionfo della potenza e della violenza. Il cacciatore di Rigoni Stern è il cacciatore del neolitico, è l’uomo dei boschi, è appunto lo Sciamano, colui che si fa bestia, traccia, usta, in un rapporto di stretta colleganza e ‘fratellanza’ con l’animale cacciato, che fornirà a lui ed alla sua famiglia cibo e nuove forze. Il suo cacciatore non odia, non prova rabbia, non agisce per desiderio di conquista: egli adempie un ciclo naturale, ‘necessario’, equilibrato e perfetto, che perciò diventa anche rito. L’ennesimo richiamo al Gran Cerchio che l’uomo ha spezzato, l’ennesima ‘lezione’ del Maestro.

Giuliano Corà"

 

 

18/06/2008,08:45

Innumerevoli volte la cultura americana ha delegato alla fantascienza il compito di raccontare i suoi incubi, o i suoi sogni, e quasi sempre con esiti eccezionali. Troppo lunga, e ricca, sarebbe la lista dei capolavori per commentarla qui. Diciamo solo che perfino due soap zuccherose e francamente invedibili come 'Incontri ravvicinati del terzo tipo' (S. Spielberg, USA, 1977) ed 'ET' (S. Spielberg, USA, 1982) contengono una scintilla di quel desiderio di pace e solidarietà che ancora abitava l’America alla fine degli anni Settanta, e che perfino una boiata pazzesca come 'La guerra dei mondi' (S. Spielberg, USA, 2005) è servita ad esprimere l’insicurezza che scorre nelle vene dell’America di Bush. 'Cloverfield' è invece un geniale gioiello di questa catena, un film, nella sua ‘minimalità’, talmente colto e intelligente – anche e soprattutto per il ‘mercato’ della 'SF' – che non a caso è passato abbastanza inosservato. Lo si è accusato di volersi arruffianare i media con un lancio pubblicitario ‘subdolo’ e multimediale: ma, a dire il vero, di tutto ciò non si è poi visto gran che. Il passaggio nelle sale è stato il minimo possibile, e nessun marketing gli si è sviluppato intorno. Eppure, eppure 'Cloverfield' è uno dei più sottili e raffinati incubi dei nostri tempi, un film che forse, proprio per questa sua sobrietà, sarà dimenticato, ma per essere riscoperto e mai più scordato. La trama è semplicissima, come tutte quelle delle opere essenziali. Rob è un giovane newyorkese, in partenza per il Giappone ('Godzilla': avete presente?), dove ha conquistato un lavoro di prestigio. Nel suo appartamento con vista sul Central Park è in corso una festa d’addio, quando forti scosse scuotono il grattacielo, e la luce comincia a saltare. I notiziari danno notizie vaghe: sembra che un’enorme creatura emersa ('Them': avete presente?) dalle acque stia attaccando la città. In preda al panico, tutti si precipitano in strada, dove all’improvviso piomba, staccata da una bestiale unghiata, la testa della Statua della Libertà ('Il pianeta delle scimmie': avete presente?). 'La Bestia' (anche il suo numero sarà '666'?) avanza veloce, abbattendo i grattacieli, che riempiono di nuvole di fumo acre le strade, costringendo la gente a rifugiarsi nei negozi ('11 settembre': avete presente?). Dal suo ventre partorisce piccoli granchi ripugnanti, che feriscono, mutilano e uccidono una popolazione allo sbando. Non la si vede quasi mai, la bestia. Se ne intuiscono il profilo, la sagoma, quando una coda immensa abbatte il ponte di Brooklyn, o una zampa smisurata sbriciola una casa. L’esercito è nelle strade e nell’aria; tenta di opporsi, ma, come dice un soldato: “Non sappiamo cosa sia, ma qualunque cosa sia, ora sta vincendo lui”. Dunque nessuno sa, e nessuno nemmeno testimonia. Noi spettatori sappiamo qualcosa solo grazie alla videocamera di un amico di Rob, che stava documentando gli addii alla festa e che ora lo segue per la città devastata. Girato dunque tutto in soggettiva con una videocamera mobile, il film è un lungo video appunto ‘soggettivo’. Quella dei due ragazzi è l’unica realtà, l’unica ‘verità’: non c’è più nessuno a raccontarne altre (tra le pregevoli imbecillità che sono state dette su questo film è che questa tecnica di lavoro indica come esso sia figlio della cultura di YouTube…). Ed è anche – rischia di essere, pare che sia – l’unica testimonianza di un passato che rimane nel nastro magnetico a spezzoni, brandelli di voci che richiamano un mondo… scomparso? Il nastro – ci dice una didascalia all’inizio – è stato ritrovato dall’esercito in un sito precedentemente conosciuto come 'Central Park'. E dunque, che è successo ‘dopo’ (che succederà di noi? Che ne sarà del nostro futuro?)? La bestia è stata sconfitta e l’uomo sta ricostruendo il suo mondo? La bestia sta ancora dominando la terra e l’uomo è asserragliato nei suoi fortini per un’ultima e inutile resistenza? Non lo sappiamo. Seguiamo i ragazzi nel loro peregrinare per una città ormai perduta: l’esercito sta evacuando chi può con gli elicotteri ('Saigon': avete presente?), dopo di che la raderà al suolo: 'Operazione Tabula Rasa'. Dopo aver elevato con tanto orgoglio la Torre di Babele, ecco che uno ‘scherzo’ della Natura ci costringe a distruggerla. Nel loro peregrinare inutile, i due si rifugiano sotto uno dei ponticelli di Central Park, mentre gli aerei cominciano a bombardare. “Dobbiamo andarcene da qui”. “Ma non c’è nessun posto dove andare”: e la bestia infligge il suo morso. Inevitabile il richiamo a quello splendido racconto di fantascienza di Robert Sheckley, 'The mountain whitout a name' (Einaudi, 1961). Sulla Terra e nei pianeti colonizzati, improvvisamente tutto comincia ad andare a pezzi: catastrofi naturali inconcepibili distruggono i pochi giorni millenni di civiltà. Un'astronave si stacca in fretta da un pianeta, prima che frane e alluvioni spianino tutto, lì e in tutto l’Universo conosciuto. “Siamo pronti” dice il pilota. “Ma per andare dove?”. Non si sa, appunto, e 'Cloverfield' è la magnifica espressione di questa inquietudine, di questa paura che è, essa sì, veramente ‘globale’. Che ne sarà di noi? Come ci salveremo? Ma ci salveremo, prima di tutto? E’ possibile una salvezza dalla rovina che noi stessi abbiamo costruito, e che sta cominciando a mandarci i suoi primi, apocalittici avvertimenti? A raccontare questa paura ci aveva già provato, due anni fa, Frank Schätzing, nel suo romanzo 'Il quinto giorno' (Ed. Nord), un libro certo interessante, ma a volte prolisso, e soprattutto incapace di evitare un happy end conciliatorio e buonista. Per Matt Reeves – alla prossima, certamente! – non c’è lieto fine: sotto il pavimento della casa che abbiamo costruito in ispregio alla Natura, abitano solo i mostri che ci divoreranno. E non avremo dove scappare.

Giuliano Corà.

 

16/06/2008,09:00

Giuseppe Basile (nella foto in alto), consigliere provinciale di Lecce dell'Italia dei Valori, è stato ucciso davanti a casa con dieci coltellate, nel cuore della scorsa notte. Ho appreso la notizia dalla stampa e successivamente da uno dei tanti telegiornali del Presidente del Consiglio Silvio Berlusconi. Ecco come hanno fatto passare la notizia, attraverso le parole del sindaco del posto: "Giuseppe Basile era un estremista che usava spesso toni accesi, ma in fondo non aveva mai attaccato nessuno direttamente". Interessante notare come questi pseudo-giornalisti, con la cooperazione di questi pseudo-sindaci italiani (e questi 'pseudo' sono ahimè in continua crescita, a quanto pare) siano capaci di confezionare e preparare le notizie. Giuseppe Basile faceva parte dell'unico partito del Parlamento italiano che ha ancora la voglia ed evidentemente il coraggio di parlare democraticamente e con forza di conflitto d'interessi, di intercettazioni telefoniche giuste ed indispensabili per la giustizia, di libera informazione in libero Stato, dello scandalo 'Rete4' e della 'Legge Gasparri', di Berlusconi (in termini seri, si intende), di elezioni anticostituzionali, di Costituzione, dell'idea assurda e vagamente fascista di mettere prossimamente 2.500 militari a controllare le nostre città, di legalità elementare, di lotta alla corruzione, di 'Casta', di indipendenza totale tra magistratura e politica, eccetera. Io non ho votato l'Italia dei Valori alle ultime elezioni (e credo che mai lo farò) perché non sono d'accordo con la sua visione ambientale e sociale (ma non entro qui nello specifico, anche perché l'ho già parzialmente fatto in un altro mio articolo intitolato 'Non confondiamo il presupposto con l'azione'), ma definire 'estremista' un uomo che si batte ancora per questi principi mi pare ridicolo e volutamente fuorviante. Il detto dice: "Se non puoi massacrare l'idea, massacra l'individuo". Ed è esattamente quello che, anche e soprattutto a livello mediatico, stanno facendo. Sia con il povero Basile, sia con Di Pietro, ma non solo. Non solo. Ormai è una tattica accertata ed addirittura abusata nel nostro Paese. Far passare l'idea che un estremista è uno che lotta e lavora per questi principi (che in altri Paesi suddetti civili sono semplicemente alla base della normale vita democratica) significa far passare l'idea che l'estremista è colui che riesce a mantenere ancora un minimo di senso della realtà in un Paese che evidentemente la sta inesorabilmente perdendo, per di più senza accorgersene. Ma ora pubblico il comunicato sull'accaduto scritto da Antonio Di Pietro, che potete trovare sul suo personale blog.

" L'Italia dei Valori ha appreso con sgomento la notizia dell'uccisione di Giuseppe Basile e partecipa al dolore dei familiari.
Una persona che ha lavorato per l'Italia dei Valori fin dalla nascita del partito, che ha contribuito a costruirlo nel territorio. Una persona che si faceva sentire tutti i giorni, denunciando sempre illegalità e cercando di portare avanti il proprio lavoro in modo determinato.
Le cause della morte non le conosciamo, ci affidiamo alla magistratura con la serenità di sempre. Ci rimane l'amarezza, lo sconcerto, per un amico che non c'è più, per i familiari, e soprattutto perché non ha senso morire così. Dobbiamo riflettere tutti insieme sul perché succedono queste cose.
Rapina finita a male con dieci coltellate? Non credo, così come credo che non sia un agguato, siccome la criminalità organizzata non ha queste modalità di operazione. Tante ragioni ci possono essere. Basile all'interno del suo territorio faceva sentire la sua voce tutti i giorni in difesa dei più deboli contro i più forti, per cui può essere che qualcuno può essersi sentito calpestare i piedi, ma fino a quando non si sanno le ragioni è inutile fantasticare. Poi alla fine le ragioni interessano poco, è una vita che non c'è più.

Antonio Di Pietro. "

Vorrei aggiungere questo fatto, perché la memoria storica può essere importante per capire le cose, se si è capaci di fare dei parallelismi intelligenti e puntuali. Qualcuno dice addirittura che la memoria storica rende liberi... Ma forse, più semplicemente, ha solo il compito di farci scattare in testa, quando serve, dei piccoli campanelli d'allarme. 
Il 30 maggio 1924, il socialista Giacomo Matteotti pronunciò alla Camera un discorso con il quale denunciava i brogli dei fascisti durante le elezioni dello stesso anno. L'allora Presidente della Camera Rocco, subito dopo disse: "Onorevole, non provochi incidenti e concluda. Se ella vuole parlare, continui, ma prudentemente". Il 10 giugno 1924 Giacomo Matteotti fu ammazzato come un cane, a forza di botte, da cinque membri della polizia politica fascista.
Il 14 maggio 2008, il Presidente della Camera Gianfranco Fini si rivolge così al deputato dell'Italia dei Valori Antonio Di Pietro, il quale veniva pesantemente insultato da quasi tutto il Parlamento italiano perché aveva appena detto in Aula che a questo clima di estremo buonismo non ha mai creduto, e che anzi aveva messo in guardia (il giorno prima) gli alleati del Partito Democratico, a suo dire troppo creduloni: “Lei non è nuovo di questa Aula e sa… dipende da ciò che si dice, fermo restando che ho già invitato la parte destra dell’emiciclo a non interrompere”. Chi ha orecchie per intendere...

14/06/2008,14:36
Chi mi conosce conosce anche il mio particolare senso dello humour, spesso talmente paradossale ed aspro da risultare a volte - lo riconosco - perfino sgradevole. Un esempio è costituito dalla mia vecchia battuta  (scusate l'autocitazione) secondo cui l'unica soluzione per civilizzare i Veneti sarebbe la pulizia etnica. Decisamente fastidiosa, lo ammetto, ma, prima di proseguire nel vostro giudizio, leggete quanto riportato sotto, ricopiato dalla pag. 8 del 'Diario' n. 9 del 1/6/08.
 
Testo di un volantino affisso alla bacheca di una fabbrica di Pieve di Soligo, in Provincia di Treviso.
 
" Regione Veneto - Calendario Venatorio 2007/08
Le regioni italiane comunicano l'apertura della caccia (tutto l'anno) per la seguente selvaggina migratoria: rumeni, albanesi, kossovari, talebani, afghani, zingari ed extracomunitari in genere. E' sospesa da questo momento la caccia ai comunisti in quanto entrati a far parte delle specie in via di estinzione, restando salva la possibilità di cacciarli nelle zone di ripopolamento quali Case del Popolo, Coop, Centri Sociali. In tal caso è consentita, vista la pelle coriacea della sopraccitata selvaggina, l'uso di armi quali fucili di ogni genere (possibilmente ad anima liscia) a più di cinque colpi, carabine di precisione e pistole di grosso calibro. In presenza di stormi numerosi è ammesso anche l'uso di bombe a mano, obici, mitragliatori automatici e gas velenosi. Si possono cacciare di giorno e di notte, senza limiti di orario. E' tollerato l'uso di visori notturni, reti, tagliole e cani da ricerca e da attacco, quali pitbull, rottweiler. E' stato introdotto l'uso di richiami 'vivi' e zibellini vari. Non esiste limite giornaliero di capi da abbattere. Si consiglia l'abbattimento di capi giovani per estinguere più rapidamente le razze. Ogni mille capi abbattuti verrà attribuito un viaggio-premio di una settimana per tutta la famiglia gentilmente offerto dal ministro austriaco Jorg Haider. Al raggiungimento del numero di duemila capi abbattuti è conferita la cittadinanza onoraria austriaca ".
 
Detto ciò, proseguiamo con alcune considerazioni.
La terza è che ora sarete di sicuro tutti lì ad inveire contro di me, dicendo che non tutti i Veneti sono così. Lo so anch'io, ma rimane il fatto che è la nostra buona gente veneta ad aver partorito questo pregevole esempio di umorismo nazista; che se 'Diario' non lo avesse pubblicato non se ne sarebbe saputo nulla; che non mi risulta che altri ne abbiano parlato, lo abbiano denunciato, se ne siano scandalizzati o altro. Certo nessuno degli operai della suddetta ed anonima (ma su questo torneremo dopo) fabbrica, eccetto colui che - ma questa è una mia ipotesi - lo ha segnalato a 'Diario'.
La seconda è che mi vergogno, anche se non so di cosa. Di essere veneto mi vergogno al 50%, in quanto, usando la terminologia corrente, sono un meticcio: mia madre è toscana (e mio padre, poveraccio, era buono come il pane. Le uniche razze che conosceva erano due: quella delle brave persone e quella dei mona). Forse mi verg